YAMA, NIYAMA, ASANA… UNA RICERCA APERTA ED ONESTA
di Virginia Wood

Lo Yoga è uno dei Darshana: è un’esplorazione della realtà basata su un profondo studio della coscienza. Patanjali, il principale guru dello Yoga, delinea tale esplorazione nello Yoga Sutra. Questo breve e antico testo rimane ancora oggi il punto di riferimento per lo yoga che, a causa della sua recente popolarità e commercializzazione, è stato oggetto di svariate interpretazioni non troppo ortodosse.
Il campo d’azione di Patanjali spazia nell’esperienza soggettiva della coscienza, nell’esplorazione delle basi della conoscenza e dell’esistenza attraverso l’uso dell’organismo umano quale strumento di ricerca e scoperta.
Per capire lo Yoga Sutra è necessario praticare lo yoga con sincera introspezione e devozione, per essere in grado di sperimentare su di sé la sospensione delle limitazioni della dualità, dove corpo e mente, pelle e ossa, interno ed esterno diventano Uno. Lo yoga non è altro che un tornare all’essenza: chi, che cosa e dove siamo. L’azione da intraprendere è guardare in modo da capire a tutti i livelli quel che avviene realmente dentro di noi quando la mente non è coinvolta.
Tutte le nostre azioni (controllare, governare, dirigere, ottenere, migliorare, rimediare, perfezionare e rifinire) si possono osservare attraverso l’applicazione degli otto rami dell’Astanga Yoga indicati a suo tempo da Patanjali, e più precisamente attraverso i primi tre di essi: Yama, Niyama e Asana.
Questa ricerca è condotta all’interno del corpo attraverso l’azione; non si tratta di una ricerca mentale, bensì di una ricerca attraverso le posizioni dello yoga. Questa pratica non solo libera il corpo e la mente dei loro limiti, ma fornisce anche un ampio raggio di azioni centripete che ci guidano verso una profonda indagine interiore; tutto ciò avviene spontaneamente, senza una richiesta diretta, dando a ciascuno una crescente consapevolezza di sé. Lo yoga rappresenta un invito estremamente efficace e prezioso all’acquisizione di tale consapevolezza.
Con un semplice processo di rilassamento, più profondo di quello al quale siamo abituati, lo yoga porta alla liberazione da ogni sforzo interno e da ogni intento manipolativo. Ci viene così data la possibilità di uscire dall’attività mentale che continuamente ci impone oggetti ai quali relazionarci, così che la vita scorra spontaneamente, senza sforzo, passando da un’azione all’altra, senza imposizioni, personalizzazioni o identificazioni. La pratica dello yoga diventa un invito costante alla resa.

Yama e Niyama non sono casualmente i primi due rami dello yoga. Essi rappresentano il contesto indispensabile, all’interno del quale maturano Asana e Pranayama, portandoci ancora più profondamente nel cuore dello yoga. Attitudine e motivazione danno il giusto tono a ogni cosa. Yama e Niyama forniscono una piattaforma efficace e sicura per ogni tecnica, esse sono dentro di noi e la consapevolezza della loro presenza migliora l’applicazione delle Asana. Non sono qualcosa cui aggrapparsi o verso cui tendere, ma una lente attraverso la quale diventa più chiaro ciò che realmente accade e la ricerca all’interno delle Asana si fa più intensa. La loro funzione è quella di rifinire piuttosto che giudicare ed essere giudicati, sono veicoli che ci aiutano a capire la nostra essenza, a discernere tra la realtà apparente del risultato e la vera esperienza della trasformazione, a far brillare una luce sulla nostra vera natura.

YAMA: come avvicinarci alla pratica dello Yoga.
Non sono strumenti attraverso i quali giudicare noi stessi o infliggerci una punizione, ma un modo per ascoltare la risposta del nostro corpo e per rispondere a nostra volta, una guida per trovare una relazione costante di fiducia e rispetto con il corpo.
Le cinque Yama sono le seguenti:

Ahimsa: Sensibilità. Una ricerca aperta, non finalizzata a imporre forza, potenza o flessibilità al corpo, né tanto meno concentrazione o liberazione dai pensieri alla mente. L’imposizione può provocare dolore, esaurimento fisico, tensione, frustrazione, conflitto e confusione ed è in sé una forma di auto-violenza. Ahimsa è una sensibilità interiore che si diffonde a tutti i livelli esteriori e interiori, ed è dalla qualità di tale sensibilità che dipende tutta la pratica dello yoga. Ahimsa significa essere sensibili ai nostri limiti pur cercando di sfidarli, confrontarsi con essi e considerarli per ciò che realmente sono. Ahimsa è non forzare ciò che non è disponibile al momento, non cercare di raggiungere quello di cui non siamo ancora capaci, ma lavorare per un’apertura dolce dei muscoli, dei legamenti e delle articolazioni al momento giusto.

Satya: Onestà. Essere onesti nella parola, nell’azione e nel pensiero, nella gestione delle nostre risorse, liberi dagli inganni. Per una pratica di yoga sicura non dobbiamo essere ambiziosi ma riconoscere i nostri limiti così da potercene liberare ed essere soddisfatti di tale onestà. Nelle Asana se possiamo tenere dritta la gamba lo facciamo, se non possiamo, guardiamo e aspettiamo finchè ciò non avviene da sé.

Asteya: Apertura a ciò che c’è senza cercare di afferrare ciò che non c’è. Non cercare di prendere quello che ancora non è stato offerto. Essere aperti senza preconcetti su ciò che siamo o non siamo capaci di fare, non desiderando nient’altro che quello che onestamente abbiamo. Noi dobbiamo essere disposti ad accettare i nostri limiti prima di liberarcene. La nostra pratica ci darà ciò che può; dunque non c’è bisogno di forzare la flessibilità, la forza, la concentrazione per raggiungere nuove posizioni, né di insistere per soddisfare i nostri desideri, paure e ideali. In questo modo le aspettative si dissolvono e si crea una sensazione di appagamento a qualunque stadio ci si trovi.

Bramacharya: camminare con Dio, armonizzarsi con il principio Creatore, essere consapevoli, senza disperdere una goccia di nulla. Questo non significa negare, ma bensì conservare tutta l’energia evitando di indulgere nella chiacchiera (verbale o mentale), nella fantasia o nel sognare ad occhi aperti, in modo da essere completamente concentrati e presenti. Senza forzare, strafare, spingere o esaurire le energie, né lasciare la mente vagare in luoghi immaginari, disperdendo così la forza. La concentrazione contribuirà a superare questi limiti, creando una fiorente vitalità.

Aparigraha: Generosità che conduce all’altruismo. Non tentare di ottenere ciò che non c’è ed essere generosi con ciò che è. Non essere possessivi rispetto ai beni materiali, ai pensieri, alle idee, alle credenze e alle persone. Il senso del possesso è il meccanismo attraverso il quale passa l’identificazione. Non identificarsi con ciò che siamo o con ciò che siamo in grado di fare, senza risentimenti per ciò che non siamo ancora in grado di raggiungere. Noi siamo abituati a usare e abusare del nostro corpo solo in una varietà ristretta di movimenti ricorrenti e ci vuole molto tempo per cambiare tali abitudini. Dobbiamo essere pronti a onorare i nostri limiti se vogliamo liberarcene. Essere consapevoli della natura transeunte di ogni cosa. Non essere legati a ciò che otteniamo dalla nostra pratica e sentire la pienezza e l’abbondanza dentro di noi senza avere bisogno di nient’altro. Tutto questo è generosità.

NIYAMA: la nostra motivazione nell’avvicinarci allo yoga.

Sauca: purezza, l’essere integri. Azione totale, presenza totale, impegno totale, senza compromessi. Purezza di pensiero, parola e azione. Chiarezza nell’espressione. Non tirarsi indietro in qualsiasi impegno, sia che si tratti di piegare la gamba davanti o tenere dritta quella dietro, sia che si tratti di svolgere i propri compiti quotidiani, come lavare i piatti . Lo yoga è una sfida da molti punti di vista. Esso richiede impegno assoluto, senza esitazioni, limitazioni o mezze misure: solo così può condurre a un risultato puro e impeccabile. Questa impegno assoluto genera concentrazione, integrità e gratificazione.

Santosa: appagamento, l’essere soddisfatti di ciò che realmente accade. Non desiderare ciò che non è. Essere volitivi, senza dubbi, ispirati dalla curiosità e dall’amore e non da ciò che il risultato può portare, né dalle preferenze personali. Ogni volta che si sale sul tappetino è perché si vuole essere lì e si è contenti di dove si è in quel preciso momento, non necessariamente di dove si era ieri. Essere contenti di ciò che è e credervi, prendere il meglio da ogni situazione ed esserne grati.

Tapas: bruciare di passione e fascinazione per ciò che avviene, senza alcuna esitazione o prevaricazione o compiacimento: un impegno appassionato nei confronti della realtà. Questo entusiasmo assoluto per la scoperta nella pratica yoga, dissolve l’isolamento: isolamento tra le parti del corpo, tra sopra e sotto, tra tangibile e intangibile. Senza questa passione l’impegno e la soddisfazione non sono completi. Praticamente ciò si può vedere nella attivazione delle bandha, le quali sono una forma di interiorizzazione del nostro entusiasmo. L’entusiasmo totale nell’attivazione delle bandha nelle Asana genera e guida il fuoco trasformatore che brucia ogni impedimento. L’entusiasmo nell’attivazione delle bandha nella pratica yoga ci aiuterà a svelare la nostra vera natura. Sono le bandha che trasformano il modello di una posizione in una Asana vera e propria, amplificandone l’energia.

Svadhyaya: ricerca interiore. Fare una ricerca, senza badare al risultato, sulla natura di tutte le cose. La ricerca interiore è il cuore dello Yoga. Le Asana sono la base per questa ricerca. Le implicazioni e il contesto di ogni posizione yoga porteranno a un disvelamento al nostro interno, dove ogni cosa è collegata e interconnessa. L’osservazione interiore aiuta a superare la volontà di controllo e la pretesa di indirizzare il corso delle cose.

Ishvarapranidanah: riallinearsi con Colui che fa le scelte, arrendersi a Dio, rinunciando a un’identità separata, considerandosi parte integrante della Grande Matrice, dove ciò che è, è e così deve essere, arrendendosi alla vita e accettando l’inestricabile inevitabilità di tutte le azioni. Questa coscienza che deriva dal rilassamento ci libera dalla necessità di capire e controllare il mistero che è la vita. Lasciandoci andare possiamo sentire più chiaramente l’intelligenza che risuona dentro di noi, spesso percepita solo come intuizione.
In qualche modo attraverso la pratica dello yoga si può fare l’esperienza inconsapevole di questa “resa a Dio”. Lavorando a un livello così profondo all’interno di noi stessi, attraverso la ripetizione delle posizioni, vivendo dentro di sé il finito e l’infinito, stabiliamo un modello di serenità stabile e rilassata. Una resa e un’accettazione degli eventi che ci accadono, siano essi piccoli o grandi.

Asana:
Stirham sukham asanam
prayatna saitilia ananta sampatti
tato dvandahanagigehatiha
(Yoga Sutra, libro II, 46-48)

“Comoda stabilità nel corpo libero da tensioni, in cui si manifesta l’infinito al di là della dualità.”
Asana è il contesto in cui si realizza lo yoga. È un processo di esplorazione, scoperta, rafforzamento di sé e piacere. Un processo che si sviluppa per tentativi, al fine di concentrare la mente, vivere consapevolmente nel nostro corpo e imparare a sentire chiaramente attraverso di esso. Ogni cellula del corpo è pervasa dalla coscienza. Questa è la via più semplice per incontrare se stessi. Lo Yoga è una “unione” dei diversi aspetti del nostro essere frantumato: il corpo e la mente, il movimento e il respiro, il sistema nervoso periferico e quello centrale, l’aspetto anatomico e quello fisiologico, pensiero e azione. Esso risveglia l’intelligenza del corpo a livello cellulare, un’intelligenza innata pronta per essere scoperta da chiunque a prescindere dalla prestanza fisica, dalla forza o dalla flessibilità. Tale risveglio avviene attraverso il processo di prova e riprova, che ci fa arrivare laddove possiamo e forse anche oltre, attraverso la ricerca sensibile, onesta, aperta, concentrata e generosa che la pratica yoga può rappresentare. Ogni posizione è una domanda aperta piuttosto che una risposta. Noi possiamo farci guidare dall’innegabile saggezza del nostro corpo.
Lo yoga è l’inizio di una rivelazione di ciò che è dentro di noi, la porta d’ingresso alla mente e all’anima.

Asana: “postura, posizione comoda”. Qualunque figura rappresentiamo, il rapporto tra muscoli differenti, l’interazione dinamica tra i piedi e il bacino, il palmo delle mani e lo sterno, il coccige e l’ombelico, diventa Asana se illuminata da Yama e Niyama. Noi realizziamo una danza di sottili aggiustamenti interni per stabilire l’integrità strutturale ed energetica e da figura essa diventa posizione.
L’essenza di queste posizioni richiede che noi rompiamo con i nostri modelli precostituiti sia mentali che fisici, con le abitudini, con le cicatrici del corpo e della mente e con le tracce del nostro passato che ci condizionano. Questa pratica può così liberarci dalla dipendenza da ciò che è a noi familiare e con il tempo ci aiuta a sentirci a nostro agio con ciò che è non familiare e sconosciuto, rivelandoci un profondo potenziale nascosto. Attraverso una ricerca onesta ed aperta possiamo sperimentare su di noi il passaggio spontaneo verso tutto questo. L’indagine sulla vera natura dell’azione, che nelle Asana è l’allineamento, ci aiuterà a stabilire questa intelligenza all’interno del corpo, creando col tempo uno schema mnemonico di resa e accettazione.

Stirham: fermezza, stabilità equilibrata. Creare una base stabile e sicura dalla quale fiorire, crescere ed espandersi. Sia che si tratti dei quattro angoli della pianta del piede sul terreno, dell’ancoraggio del bacino, di Mula Bandha, della stabilità delle spalle nelle posizioni capovolte, o anche la sensazione di sentirsi completamente a proprio agio nel proprio corpo. In questa serena tranquillità non si sente il bisogno di andare da nessuna parte, se non dove si è. La mente è silenziosa e tranquilla.

Sukham: comodità, facilità, piacere. Un senso di libertà che viene dalla sicurezza di stirham. Cercare la comodità assoluta mettendo alla prova tutte le tensioni restrittive nel nostro corpo. Uno sforzo senza sforzo, sia che si tratti dell’apertura delle braccia e della conseguente apertura dello sterno, dell’allargamento del palmo delle mani, dell’allungamento della spina dorsale a partire dal bacino e della leggerezza del corpo che ne deriva, come in Uddiyana Bandha.

Praytna Saitilia: sforzo rilassato. Il piacere dipende dallo sforzo minimo necessario. Sforzare provoca dolore e resistenza. La tensione fisica penetra nella parte più interna del nostro corpo creando resistenza ad ogni livello, per esempio quando contraiamo lo sfintere anale, digrignamo i denti o creiamo tensione nelle spalle cercando di attivare Uddiyana Bandha. È necessario invece fare una ricerca onesta, applicando tutte le Niyama e cercando allo stesso tempo di creare meno tensione muscolare possibile. L’attenzione al dettaglio, alla luce di una ricerca onesta ed aperta come viene fatta in modo più completo in Savasana, ci aiuterà a liberare il corpo dalle tensioni.

Ananta Samapatti: diventare tutt’uno con l’Infinito dove non c’è dualità. In quella condizione di comoda stabilità che sono le Asana, la distinzione tra oggetto e soggetto, corpo e mente si dissolve, manifestando
Dvandahanagigehatiha: al di là della dualità. Quando si è rilassati, comodi e a proprio agio non c’è bisogno di agire, né che il soggetto reagisca all’oggetto o che sia disturbato dalla presenza del pensiero. I sensi smettono di percepire, interpretare, progettare e si rivolgono all’interno, più profondamente dentro di noi, fino all’Amore.